Makhno

L’eroe, il politico, lo sconfitto

Una lunga storia

Nestor Makhno, l’eroe

Nestor Ivanovič Makhno ha avuto il discutibile privilegio di dare il proprio nome a un movimento rivoluzionario, il makhnovismo, a un’armata partigiana, la makhnovicina, e infine all’intera “epopea” della guerra insurrezionale contadina dell’Ucraina.

Certo, storici, cronisti, memorialisti (agiografi o denigratori che fossero) hanno dato il loro non piccolo contributo al formarsi di tale fama, ma già nel pieno degli eventi, quando Makhno era vivo e attivo, la sua figura era andata assumendo contorni quasi da leggenda.

Nato in Ucraina alla fine dell’ottocento, suddito di un’autocrazia russa che proprio allora cercava di conciliare autoritarismo e accentramento tradizionali con le esigenze di una rapida industrializzazione, Makhno si avvicinerà ancora adolescente all’anarchia e passerà gli anni della giovinezza rinchiuso in un carcere moscovita.

Sarà in carcere che riceverà la sua formazione politica, conoscerà alcuni dei suoi futuri compagni di lotta e contrarrà la tubercolosi: il solo nemico davanti al quale sarà costretto a soccombere molti anni dopo in un ospedale parigino. Scarcerato assieme agli altri detenuti politici dalla rivoluzione di marzo del 1917, da buon figlio di contadini lascerà subito la metropoli russa per tornare alle campagne ucraine. Lì, nel suo villaggio natale di Gulaj Pole, si metterà subito in luce come capo dell’Unione dei Contadini e organizzatore dei gruppi di autodifesa, con il compito difficile di realizzare una contestata redistribuzione delle terre e di inventare nuovi e più giusti rapporti tra le campagne e i centri urbani.

La rivoluzione d’ottobre e la susseguente pace di Brest-Litovsk, con cui la Russia rivoluzionaria usciva dal primo conflitto mondiale al prezzo della cessione di enormi territori tra cui la stessa Ucraina, renderanno la situazione di ancor più difficile gestione.

I rapporti difficili con i bolscevichi, la forza politica egemone del governo russo, e le nuove impellenti esigenze militari, dovute all’occupazione straniera e all’insorgere dei movimenti controrivoluzionari bianchi, condizioneranno pesantemente tutte le attività sociali, politiche ed economiche. L’Ucraina e tutto il territorio dell’ex impero zarista si troverà in uno stato di guerra continuo, caratterizzato da improvvisi e disastrosi spostamenti del fronte. Makhno dovrà trasformarsi prima in guerrigliero poi in condottiero, capo carismatico di quel primo gruppo di partigiani che diventerà il nucleo iniziale di un vero e proprio esercito, l’armata insurrezionale o makhnovicina, e del movimento politico che da questa deriverà: il movimento makhnovista. Movimento che, pur avendo le sue radici nella teoria e nelle pratiche dell’anarchismo ma anche nella tradizione del comunitarismo contadino ucraino, sarà spesso in contrasto con le stesse organizzazioni anarchiche radicate nei centri urbani.

Il territorio makhnovista sarà invaso a più riprese, dagli eserciti degli imperi centrali, dalle truppe dell’intesa, da quelle nazionaliste di Petljura, dalle armate bianche di Denikin e di Wrangel, dall’armata rossa di Trotzkj.

Ogni volta Makhno ed i suoi saranno costretti a una lotta impari per difendere la propria rivoluzione sociale, ogni volta l’avversario sarà respinto, ogni volta a un prezzo più alto.

Alla fine sarà un’Ucraina contadina stremata da quattro anni di combattimenti che verrà a patti e cederà ad un governo bolscevico che, pur di aver ragione su di un opposizione sempre risorgente, dovrà comunque scendere a un (temporaneo) compromesso inaugurando un nuovo corso politico-economico, la NEP.

Makhno invece non verrà a patti, né cederà; continuerà a combattere e con i pochi compagni rimastigli sfuggirà all’armata rossa, riparando imbattuto in Romania.

Seguirà l’esilio, prima in Polonia poi in Francia.

Nestor Makhno, il politico

Promuovere l’autogestione, sostenere e rilanciare l’economia, sviluppare la scolarizzazione e la cultura: makhnovisti e anarchici perseguirono insieme, con decisione e impegno, una sperimentazione sociale e politica che, nonostante difficoltà quasi insormontabili, cominciò a dare dei risultati.

Del resto il movimento di Makhno rappresentò un’alternativa politica credibile sia nei confronti dei bianchi e dei seguaci di Petljura, che proponevano un inaccettabile ritorno al passato, sia nei confronti della politica autoritaria e accentratrice dei bolscevichi.

Il cuore del movimento fu sempre il mondo contadino: furono le comunità dei villaggi a rifornire gratuitamente l’armata insurrezionale, a mandare i propri giovani a combattere con Makhno, e i delegati dei consigli dei villaggi formarono sempre la maggioranza dei delegati nei congressi organizzati dai makhnovisti per prendere le decisioni importanti. La sovranità dei consigli liberi e l’autogestione furono accettati senza problemi nei villaggi dove la gente non aveva nessuna nostalgia del passato regime e nessuna fiducia nella democrazia borghese o nello statalismo comunista. Il programma bolscevico, che consisteva nel nazionalizzare le terre e procedere con la fondazione di aziende agricole statali, fu contrastato dal movimento che, in alternativa, procedette a una redistribuzione della terra tra gli agricoltori, assegnando i campi in eccesso alle comunità locali.

Ma nei territori controllati dalla makhnovicina c’erano anche molte città. L’amministrazione di tali centri urbani e i rapporti con gli operai delle fabbriche furono inizialmente abbastanza complicati. I ceti cittadini si dimostrarono più conservatori, fu necessario mantenere le istituzioni municipali tradizionali affiancando loro consigli dei cittadini.

Complessivamente nella “repubblica makhnovista” furono mantenute la libertà di stampa, la libertà d’espressione e di propaganda, l’indipendenza e il pluralismo sindacale e persino il multipartitismo. L’attività dei partiti fu però esclusa dalle questioni amministrative: i soviet e gli organi di autogestione furono mantenuti apartitici. I rappresentanti nelle assemblee erano legati alla delega ricevuta, dovevano essere indipendenti dai partiti politici e duravano in carica per non più di un anno. Regole queste che valevano anche per l’esercito insurrezionale con comandanti eletti dai soviet a rotazione.

In tutto l’ex impero zarista la guerra aveva portato una grave crisi economica con un enorme aumento del numero dei disoccupati. Le industrie necessitavano di interventi urgenti per evitare la chiusura. I makhnovisti procedettero con il sequestro della liquidità in possesso delle banche e l’imposizione di una tassazione patrimoniale straordinaria.

Fu possibile così stanziare circa 15 milioni di rubli a sostegno dei senza lavoro e immettere in circolazione più di 5 miliardi di rubli. L’effetto non si fece attendere, le piccole industrie locali e le attività artigiane rifiorirono. La grande industria invece fu legata alle esigenze dell’esercito da cui dipendeva economicamente. Nel complesso la situazione economica e politica dei territori makhnovisti risultò meno critica di quella dei territori amministrati dai bolscevichi.

Nestor Makhno, lo sconfitto

Il 1920 fu un anno cruciale. Il pericolo che le armate bianche abbattessero la rivoluzione era scongiurato, il loro miglior comandante, il generale Denikin, sconfitto grazie alla controffensiva makhnovista, era costretto alle dimissioni. Il consenso di cui i bolscevichi potevano avvalersi andava scemando. La resa dei conti tra le varie anime della rivoluzione era vicina. Makhnovisti, anarchici e socialisti rivoluzionari di sinistra inaugurarono una nuova collaborazione per realizzare la “terza rivoluzione”.

Gli stessi bianchi, ormai sulla difensiva, cercarono un impossibile compromesso in funzione antibolscevica. Eppure pochi mesi più tardi, dopo un’estate di combattimenti contro sia bianchi che rossi, i makhnovisti cambiano politica.

La solidarietà rivoluzionaria è più forte della strategia, il desiderio di farla finita coi controrivoluzionari prevale sulla prudenza. Viene deciso a maggioranza di collaborare un’ultima volta con i bolscevichi. Molti capiscono che si sta commettendo un errore, ma forse ne sottovalutano la portata. Bisognerebbe prender tempo, riorganizzarsi, tornare a radicarsi sul territorio. Invece si marcia rapidi, troppo rapidi, verso la vittoria sui bianchi. Poi il prevedibile e in fondo previsto voltafaccia dell’“alleato” bolscevico.

Makhno lo affronterà ancora e con successo, ma si è perso il momento. Ancor prima che militare, la sconfitta è politica e irrimediabile.

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Guerriglia libertaria e rivoluzione contadina

traduzione di Sara Baglivi

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